KAMILA E PJ: CAPITOLO 4

Tutti nella vita commettiamo degli errori. Succede spesso di intraprendere una strada e rendersi conto solo dopo che forse non era esattamente la scelta migliore da fare. Io sono sempre stato convinto circa le mie decisioni. Pochissime volte mi sono pentito delle mie scelte e quasi sempre, c’era di mezzo la scuola. La prima volta sbagliai nella scelta delle scuole superiori. Alla fine ella terza media ero più che convinto di frequentare il liceo classico, questa scelta mi costò la bocciatura in primo e secondo superiore. In principio non mi resi conto dell’accaduto. Cambiai scuola e soprattutto indirizzo di studi e la cosa finì lì. Quei due anni da ripetente ormai appartenevano al passato e io per vezzo caratteriale, non mi sono mai voltato indietro, ho sempre cercato di guardare il più avanti possibile. Mi resi conto solo dopo, quando ormai ero arrivato al mio ultimo anno, di quanto sono stato idiota. Iniziai di colpo a sentirne il peso. Vedevo tutti gli amici della mia generazione che ormai frequentavano il secondo anno all’università, altri avevano già iniziato a lavorare e io invece ero ancora tra i banchi di scuola, come uno sfigato, a preoccuparmi per la maturità. Ammetto di essermi sentito più volte un fallito. Come si dice in questi casi però, sbagliando si impara giusto? Io non la penso così. Per come la vedo io gli errori a volte ti insegnano solamente a commettere altri errori. E in questo io, lasciatemi essere presuntuoso, sono sempre stato il numero uno. Commisi lo stesso errore scegliendo l’università. Ero straconvinto di frequentare la facoltà di Economia Aziendale e invece mi resi conto dopo appena tre mesi che non era quello che volevo. Questa volta però fu più difficile. I miei genitori ne avevano già passate tante nel corso dei miei sette anni di superiori. Non avrebbero più tollerato altre spiacevoli sorprese, stavolta dovevo impegnarmi ed andare fino in fondo. Quell’anno il natale non lo passai spensierato come avevo passato l’estate. Era il periodo degli esami in facoltà e frequentandola controvoglia, facevo molta difficoltà a concentrarmi e prepararmi al meglio per sostenere i vari appelli. Il mio unico faro era Kamila. Lei a quel tempo frequentava ancora il quarto anno di liceo quindi ne aveva ancora per altri due anni. In quel periodo mi è stata molto vicina. Ogni volta che avevo una crisi di nervi, piuttosto che un calo della mia autostima, accompagnata da una bella botta di depressione, riusciva sempre a risollevarmi il morale e spronare ad andare avanti. Per lei era una cosa normalissima, diceva sempre che era anche quello il compito del partner. Un po’ di sana terapia. Io non la vedevo in questo modo. Per me il suo aiuto non era una cosa scontata, era molto importante sapere che per qualunque problema, anche se solo per messaggi, lei era sempre lì pronta ad ascoltarmi. Spesso scherzavo dicendole che se un giorno ci fossimo lasciati, non sarei più stato in grado nemmeno di camminare da solo. Laura ci prendeva sempre in giro dicendo che più che una coppia, sembravamo una mamma col proprio figlio. Io in realtà non ci vedevo nulla di male. Trovo giusto che in una relazione ci si debba aiutare a vicenda. Un rapporto non è fatto solo di baci e amore, è condivisione dei propri pensieri e opinioni, dei propri problemi. La cosa che mi piaceva di più era il parlare. Trovavo interessanti i problemi che Kamila affrontava ogni giorno a scuola e di cui mi rendeva partecipe. Inoltre, confesso che era anche un po’ divertente e nostalgico sentirla parlare di ciò che accadeva nella sua classe. Solo un anno prima, anch’io ero solo un semplice liceale che ogni giorno si svegliava pronto a combattere all’interno di quel caotico zoo che è la scuola superiore. Detto tra noi, avevano ragione i miei genitori quando mi dicevano che una volta finiti quegli anni, ne avrei sentito la mancanza. L’università è un ambiente completamente differente. Si presuppone che lo studente abbia ormai raggiunto una certa maturità e sia perfettamente in grado di auto amministrarsi, il che è vero. Tuttavia inizialmente mi mancavano quei piccoli dettagli a cui prima non facevo caso. Alzare la mano per andare in bagno, fumare la sigaretta di nascosto, senza farti beccare dal bidello. Le entrate strategiche alla seconda ora per saltare l’interrogazione. Le ore passate a girovagare per i corridoi sapendo di dover affrontare la furia dei prof. Oppure l’ansia quando si avvicinava il periodo dei colloqui con i genitori, quello era il giorno in cui tutte le tue malefatte venivano a galla. La cosa che però mi mancava di più erano i miei compagni di classe o meglio, le mie compagne di classe. Di ragazzi eravamo solo due, malgrado questo però ero comunque riuscito ad integrarmi piuttosto bene. Seppur con qualche litigio, alla fine eravamo una classe molto unita. Dopo le superiori ognuno di noi prese la propria strada, qualcuno è rimasto in contatto e qualcun altro invece è sparito dalla circolazione senza farsi più vedere. Ma questo fa parte della vita. Nulla dura per sempre alla fine. Forse per questo motivo ho sempre amato scrivere, i ricordi che trasformo in parole, trasferendoli nero su bianco mi danno la possibilità di non dimenticare ciò che ho vissuto, che sia bello o brutto, non ha importanza. Alla fine dei nostri giorni, i pensieri scompaiono insieme a noi, ciò che abbiamo scritto invece no e in un modo o nell’altro ci sarà sempre qualcuno che leggendo quelle parole, riporterà in vita ciò che siamo stati.



Categorie:STORIE BREVI

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